La cultura è uno degli indicatori di salute di un paese. Insieme al sistema fognario, all’accesso al sistema sanitario, l’accesso all’istruzione modifica lo stato di salute nelle varie parti del mondo. Il prodotto interno lordo (PIL) infatti, superato un certo limite risulta ininfluente, non è vero che un paese ricchissimo ha abitanti in condizioni di salute migliori di un paese che ha una ricchezza minore e meglio distribuita in termini di beni e servizi.

La possibilità di andare a scuola ha cambiato la vita di molte persone, ha dato la possibilità di costruire un futuro migliore della condizione di partenza, con un miglioramento della qualità della vita notevole. C’è ancora tanto lavoro da fare. Oltre al sopravvivere bisogna pensare a vivere bene. Esiste una grande disparità nel realizzare le aspirazioni personali poiché l’educazione dei bambini e delle bambine è ancora legata a ruoli culturalmente non interscambiabili, a idee che fin dalla nascita indirizzano le vite in modo ancora legato a un mondo patriarcale dal quale facciamo fatica a liberarci. L’abitudine ad immaginarsi in alcuni ruoli, piuttosto che in altri, determina concretamente le vite delle persone. Ma come tutto questo influenza la nostra salute?

La spinta all’autorealizzazione individuale viene mortificata da questo tipo di approccio culturale. L’autorealizzazione è un fattore importantissimo per il nostro benessere, per la costruzione della felicità a cui tutti gli esseri viventi aspirano.

Se non so che esistono le automobili difficilmente mi mancherà l’essere pilota (chiamiamola ipotesi a). Se so che esistono le automobili e che solo gli uomini le possono, anzi, le devono guidare ho un’informazione che metterà in conflitto donne che desiderano guidare e uomini che non desiderano guidare (chiamiamola ipotesi b). Se so che esistono le macchine che sono oggetti a disposizione di chi li usa, ogni persona che ambisca a pilotare è libera di farlo (ipotesi c). Sostituiamo adesso la parola “automobile” con “università”, “dirigenza”, “governo”, ma anche “cura”, “servizio” etc. e passiamo dall’ipotesi di non conoscerne l’esistenza (a), all’attribuzione forzata a uno dei due generi l’obbligo di fare e all’altro l’obbligo di non fare (b), e infine la libertà per entrambi i generi di una disponibilità (c). a) siamo a conoscenza delle opportunità? b) possiamo seguire le nostre attitudini agendo in un conflitto, c) possiamo seguire le nostre attitudini agendo in libertà.

In tutto questo credo che ci sia un grande lavoro da fare per le generazioni future, vedo un grande impegno che va ancora promosso, sostenuto e fatto crescere nelle scuole di ogni ordine e grado.

Non voglio però dimenticare chi la sua formazione l’ha già fatta. Quali elementi della formazione possiamo recuperare per eliminare condizionamenti che non fanno bene alla salute delle donne e degli uomini? A quali dare valore e quali modificare?

Dobbiamo tornare alle nostre scuole elementari a quando abbiamo studiato la grammatica della nostra lingua. Nella grammatica leggiamo che i sostantivi o nomi si declinano in numero e genere. I generi sono due: il maschile e il femminile. In italiano i nomi di esseri animati hanno il genere del sesso corrispondente all’essere indicato: per esempio “scienziato” e “scienziata”, “gatto” e “gatta”. Oltre agli esseri viventi nominiamo anche le cose, i fatti , le idee e i sentimenti, in questo caso i nomi hanno il genere che la convenzione linguistica ha loro assegnato, convenzione che spesso deriva dalle lingue da cui originano. Torniamo al genere dei nomi di esseri animati. I nomi si dicono mobili quando lo stesso nome può essere declinato al maschile e al femminile: per esempio “la bambina” e “il bambino”. Hanno invece genere comune quando i nomi hanno una sola forma per entrambi i generi che si distingueranno attraverso l’uso dell’articolo o aggettivo concordante con il sesso corrispondente all’essere indicato: “il cantante”, “la cantante”; “Bravo pianista!”, “Brava Pianista!” La concordanza non è un’opzione, è un’altra regola grammaticale, i nomi, gli articoli e gli aggettivi devono stare tra loro in accordo per genere e numero: “le pallavoliste vincitrici del torneo”, “il maratoneta italiano è pronto per le Olimpiadi”.

Non discuterò qui la formazione da un punto di vista morfologico dei maschili e dei femminili poiché ci sono molte variabili a seconda che un nome derivi dal latino o dal greco, o altro, a quale declinazione di quella lingua che poteva avere più generi, come il neutro che la nostra non ha, e più numeri, come il duale, che la nostra non ha: in generale gli esiti dal latino hanno genere mobile, dunque con femminile e maschile distinti, e finiscono per -a e -o come “avvocata, avvocato”, oppure genere comune che finisce in -ente come “presidente”; mentre dal greco spesso abbiamo genere comune che termina in -a come per esempio “pediatra”, ma anche genere mobile come tutti i suffissi in -logo/a “sociologo, sociologa”. In una buona grammatica troverete tutte le particolarità di come si articolino genere e numero con tutte le eccezioni.

E’ vero anche che le grammatiche sono scritte da esseri umani, gli esseri umani che si occupano di grammatica spesso decretano le regole a seconda dell’uso ed esseri umani che vivono in una cultura maschilista che cosa potevano tirar fuori? In alcune grammatiche si rafforza l’idea che la forma maschile sia la forma base da cui il femminile deriva, come Eva dalla costola di Adamo. Così ci confermano i vocabolari che vedono la forma maschile precedere sempre quella femminile. A un certo punto della storia della lingua si va oltre e fu inventato il maschile inclusivo. Non si tratta di una regola, si tratta di una deroga a una regola: non si segue la regola della concordanza nel caso in cui un aggettivo si riferisca a due o più nomi di genere diverso, in questo caso si usa il maschile che includerebbe anche il genere femminile, come “Johanna e Alex sono tedeschi”, o nel caso si debbano indicare gruppi con presenza di entrambi i generi “ho una classe di 24 bambini”. L’idea di includere le bambine, le ragazze e le donne tutte le volte che nominiamo bambini, ragazzi e uomini è la discriminazione di genere quotidiana, costante, che non ci lascia mai fin dalla nascita, tanto che da molte e molti non viene nemmeno percepita. Il maschile inclusivo ci ha accompagnate dal primo giorno che abbiamo visto in ospedale dove siamo state “in mezzo a tanti altri neonati”, al primo giorno di scuola insieme “a tutti gli altri alunni”, al primo giorno di lavoro “con i lavoratori del nostro settore”, tutti i giorni della nostra vita a non esser nominate come neonate, come alunne, come lavoratrici. E allora capita che se una donna vince le elezioni e diventa sindaca di una città si crei un gran rumore su quanto sia opportuno chiamarla così, su quanto sia cacofonico chiamarla così, “si può dire sindaco anche se è donna?”, “al massimo diciamo “la sindaco” ”, “la sindaca è ridicolo”, “perde autorevolezza”.

Si è usato solo il maschile perché i ruoli di questo genere, e le strade per arrivarci, erano e sono occupati prevalentemente da uomini. E’ cacofonico per alcune orecchie semplicemente perché non abbiamo l’abitudine. Contrastare la regola grammaticale della concordanza ha un senso molto più ampio di quello di apporre una -a o una -o al termine di una parola. Significa mettere in discussione la capacità di essere in quel ruolo in quanto donna, significa mettere in discussione la capacità di tutte le donne, ci dice che per aspirare ai sogni, alle ambizioni, alla realizzazione personale con autorevolezza bisogna avvicinarci allo stereotipo maschile.

E’ una forzatura usare solo il maschile, è normale e sano utilizzare il femminile per riconoscere a tutte le donne la dignità di essere ciò che desiderano, per il loro bene, per il bene di tutta la società. Più useremo il femminile, più ci abitueremo e se nomina sunt consequentia rerum, come diceva Giustiniano (Istitutiones, cap II), i nomi corrispondono alle cose, vuol dire che lo spazio grammaticale e lo spazio vitale delle donne non possono viaggiare disgiunti, il riconoscimento dell’uno, rinforza il riconoscimento dell’altro. Per essere, bisogna essere nominate, la nostra possibilità di stare bene nel mondo, di avere valore e salute, passa da questo stretto legame. La salute collettiva non può essere promossa senza promuovere il benessere delle donne, la salute collettiva non può fare a meno dell’uso del femminile.

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